Nouvelle Factory / 19 luglio 2021 / Intervista di Ilaria Introzzi

1024 724 Giuseppe Sciortino

“Gli oggetti mi sfuggono meno rispetto alle persone”: Giuseppe Sciortino racconta la sua pittura

Incontro Giuseppe Sciortino (1988) in un caldo pomeriggio fiorentino. Il pittore palermitano vive e lavora nella città che l’ha accolta per farlo crescere come artista. Il suo studio è lo specchio – forse inconscio – della sua personalità, creativa e schiva al tempo stesso. Una volta attraversata la porta del suo spazio, si oltrepassa il velo di Maya e si respira il suo mondo, dove la banalità del quotidiano è forse un rischio e al contempo un concetto sottovalutato, che merita di essere rappresentato. Ci risentiamo qualche settimana dopo e riflettiamo sulle sue tele e la realtà – spesso troppo veloce – che lo (e ci) circonda.

Giuseppe, dove ti trovi ora e cosa vedi di fronte a te?
– Ormai sono quindici anni che vivo a Firenze e credo che ci rimarrò. Ma sinceramente non me la sento di escludere la possibilità di eventuali spostamenti dato che, ripensando alla mia vita, non ho mai previsto nulla di ciò che sono adesso e del luogo in cui mi trovo. Per esperienza sono abbastanza certo di non essere in grado di prevedere il mio futuro o quantomeno averne una pur qualche minima idea: io cambio e le cose attorno a me cambiano (tra l’altro a quanto pare sempre più velocemente), di conseguenza sarebbe molto strano fare programmi di lunga portata. Vivo tendenzialmente di inerzia, reagisco a ciò che mi capita quotidianamente, cercando di risolvere i problemi che che mi si presentano di volta in volta. –

Perché la scelta di rimanere, allora?
– Non è propriamente una scelta. Ho iniziato a lavorare qui e a creare contatti e amicizie. Diciamo che non è poi così tanto male stare a Firenze, ci sono tante cose belle e dal punto di vista geografico è abbastanza centrale da poter raggiungere facilmente altre città dove magari accadono cose interessanti nel mondo dell’arte e non solo. È difficile vivere qui dal punto di vista economico, ma dal punto di vista per così dire “civico” non può esserci paragone rispetto a Palermo. A Firenze per certi aspetti è più semplice vivere, c’è più organizzazione e più ordine. A Palermo è necessario improvvisare molto (che è un po’ il suo bello) e abituarsi a un certo modo di pensare che troppo spesso è incompatibile con le mie esigenze di tranquillità e serenità. –

Cos’hai imparato dallo scultore Adriano Bimbi, il quale ti ha affiancato nel tuo percorso?
– Dal punto di vista tecnico assolutamente nulla. Siamo due persone totalmente diverse e l’unica cosa che ci tiene legati è il rispetto e la stima reciproca. Io di fatto ho una formazione da autodidatta e ho imparato davvero a dipingere principalmente confrontandomi con persone più brave di me e verso le quali provavo un minimo di interesse artistico, dato che mi ha sempre appassionato pochissimo il lavoro degli altri anche se ho sempre dimostrato un certo interesse nel capire le motivazioni che spingono altri artisti a fare quello che fanno. Bimbi non credo di averlo mai capito davvero, ma ho sempre stimato la sua persona, il suo carisma, la sua dedizione verso gli studenti e apprezzo molto la sua produzione artistica. È stato un ottimo didatta per certi aspetti e mi ha dato due o tre dritte su come affrontare la vita in generale che mi sono state molto utili. Mi ha sempre sostenuto nel mio lavoro e dato ottimi consigli su come pensare la pittura in relazione alla vita e alla realtà che mi circonda, influenzandomi molto dal punto di vista filosofico in senso esistenzialista. –

Quindi non pensi che esistano elementi scultorei nella tua pittura?
– No, o almeno non credo. Anche perché la scultura mi ha sempre interessato relativamente poco. –

Domenico Gnoli: mi hai detto che senti qualche affinità alla sua pittura. Qual è la parte dei suoi lavori a cui sei più sensibile?
– Sicuramente mi sento vicino a Gnoli per l’approccio analitico verso porzioni di realtà apparentemente insignificanti e per la tendenza ad astrarre i soggetti semplificandone la forma e le textures. Anche se, nel caso di Gnoli, forse il soggetto è un po’ troppo rilevante, almeno per il modo con cui viene trattato, esaltandone la centralità e trasformandolo quasi in forma stilizzata un po’ pop. –

Quando sono venuta a trovarti nel tuo studio/casa, mi hai detto che dipingi ciò che apparentemente è banale: puoi approfondire?
– Semplicemente dipingo ciò che mi capita sotto gli occhi nel mio costante stato di distrazione. Gli oggetti che dipingo raramente hanno un qualche significato profondo legato a mie esperienze emotivamente rilevanti. Sono semplicemente oggetti o porzioni di essi, ambienti dove accade qualcosa anche se non accade nulla veramente (di fatto accade sempre qualcosa anche in condizioni di apparente staticità assoluta). Le cose e gli oggetti posso dire che mi sfuggono meno rispetto alle persone, con le quali si creerebbe necessariamente un qualche tipo di rapporto, e dalle quali proverrebbe una qualche azione nei miei confronti: gli oggetti invece stanno lì, e ci sono solo io. Non solo i miei oggetti sono banali, ma il mio stesso approccio verso di essi. Ovviamente quando concepisco le mie immagini sento che c’è qualcosa che le trascende, un’atmosfera metafisica che mi coinvolge moltissimo e che mi costringe in un certo senso a materializzare questa percezione momentanea di bellezza permanente. Ma tutto questo non ha la minima rilevanza oggettiva, in quanto si tratta di mie sensazioni soggettive e non facilmente comunicabili come tutto ciò che pretende di definire la “sostanza” delle cose. Dipingere è un modo particolare per tenermi tutte queste cose per me, nel tentativo comunque sempre vano di comunicarle agli altri, pur sapendo che nessuno ci capirà mai nulla veramente (con il rischio altissimo di sembrare banale, ma non importa). –

A proposito di banalità, una domanda che può sembrare tale: sei un artista metodico o lasci fare all’istinto?
– Tendenzialmente lascio fare all’istinto, soprattutto nella prima fase di concepimento dell’immagine, anche se posso sembrare molto metodico per il modo in cui dipingo. C’è sempre un tentativo di fare le cose metodicamente, ma fallisce quasi sempre, perché mi ritrovo spesso a dover dipingere cose che non so dipingere. Sicuramente ho acquisito un qualche metodo di base, dato che ormai le mie immagini sono abbastanza riconoscibili, ma questo metodo acquisito inconsapevolmente ha sempre molte lacune e momenti di incertezza che rendono stentati e indecisi molti miei risultati. –

Grandi formati e miniature: anche in questo caso “giochi” con il significato dell’osservare, costringendo lo spettatore a fare un esercizio nel momento in cui guarda un tuo lavoro, esatto?
– Sì. La scelta delle miniature è dovuta al fatto che per me è importante che l’osservatore si metta nelle mie stesse condizioni nel momento in cui dipingo, guadando il quadro necessariamente da vicino. La miniatura permette in un certo senso di osservare l’opera alla giusta distanza e da vicino allo stesso momento. Poi ho scelto anche il piccolo formato per auto-limitarmi nei mezzi, utilizzando solo due pennelli per fare tutto. L’effetto finale comunque dona al quadro una certa preziosità oggettuale e un senso di intimità e esclusività che secondo me i quadri di grandi dimensioni non hanno. –

Il tuo spazio di lavoro è nutrito non solo dagli strumenti del mestiere, come pennelli e tele, ma anche da libri (tanti), strumenti musicali: in quale misura il tuo quotidiano influenza i soggetti dei quadri?
– Sicuramente il mio spazio è a mia immagine e somiglianza, ma non so quanto io possa essere davvero consapevole di quanto e come il mio quotidiano influenzi la mia pittura. Io ritengo che la pittura, la musica e la lettura siano attività molto separate tra loro, e nel mio caso specifico svolgo queste attività senza pensare al fatto che possano influenzarsi vicendevolmente. –

Qual è il tuo rapporto con il mercato dell’arte contemporanea?
– Nullo. –

Mostre in programma?
– Ad Agosto a Perugia. In autunno e inverno in Cina, a Venezia e spero anche a Firenze. –

Secondo Cocteau “I privilegi della bellezza sono immensi. Essa agisce anche su coloro che non la constatano.”: Tu dove trovi la bellezza?
– Secondo il ragionamento di Cocteau la bellezza è un po’ come l’ossigeno: gli uomini l’hanno sempre respirato pur ignorandone l’esistenza. Ma è solo dopo averlo scoperto e definito con una parola che gli abbiamo dato tutta questa importanza vitale. Infatti credo che si sbagli: bellezza è un concetto ricco di contenuti che noi diamo soggettivamente, e la parola esiste in quanto tale come già pregna di questi contenuti. È solo una parola, non è qualcosa di materiale che è nell’aria e interagisce con noi a nostra insaputa. Il ragionamento di Cocteau potrebbe avere senso nel caso delle sensazioni che proviamo e alle quali tentiamo di dare un senso e un nome. Probabilmente riteniamo che qualcosa sia bello incanalando su una situazione inconsciamente familiare una moltitudine di significati immediati (concettuali o estetici) che abbiamo vissuto durante la nostra esistenza e che ha colpito accidentalmente la nostra attenzione coinvolgendoci emotivamente, lasciando un segno indelebile nella memoria e nella coscienza. Poi esiste anche un senso della bellezza indotto culturalmente che ovviamente si fonde alle nostre esperienze soggettive e intime. Posso dire che la bellezza la trovo nelle sensazioni che vivo in determinate situazioni che inspiegabilmente mi costringono ad agire e a definirne i significati, e i mezzi della pittura mi aiutano a svelarne anche le contraddizioni intrinseche. –