Perché dipingere

“Perché tu chiedi perché? Non appartengo a coloro cui si possano chiedere i loro perché.
La mia esperienza è forse di ieri? È un pezzo che ho fatto le esperienze che hanno determinato le mie opinioni.
Non dovrei essere una botte di memoria se volessi portar sempre con me le mie ragioni?”

Proprio come Zarathustra ha fatto con il suo discepolo che gli chiedeva il motivo per il quale i poeti mentissero troppo, un pittore potrebbe inizialmente rispondere allo stesso modo alla domanda di carattere esistenziale e storico del titolo di questo post. Esattamente come tutte le persone che fanno qualcosa con determinati mezzi, il pittore dipinge le sue immagini senza di solito chiedersi il perché lo fa. Se gli capita di chiederselo, spesso è a causa del fatto che dal mondo esterno qualcuno ha posto la domanda formulandola in due modi molto simili nella forma, ma differenti nella sostanza:

“Perché dipingi?”

oppure:

“Perché dipingere?”

Come si può notare infatti la prima domanda sembrerebbe avere un carattere più intimo, personale, potremmo dire “esistenziale”, in quanto riguarda di più le motivazioni legate ad una pratica parzialmente sconnessa dal mondo e dalle eventuali responsabilità verso di esso. Sembra quasi che sia implicito nella domanda un senso per così dire più “lirico” e soggettivo, che riguarda l’irripetibilità e l’unicità di tutto ciò che appartiene al pittore a cui la domanda viene posta.

La seconda domanda invece ha un carattere decisamente più impersonale. In essa è contenuta la pretesa del senso storico della pratica in questione, del significato e della direzione che assume nell’ambito della ricerca nel mondo dell’arte e molto spesso (soprattutto di questi tempi) dell’utilità effettiva per il mondo in senso più generico. La pittura in questo caso viene percepita rispettivamente dai sostenitori e dai detrattori quasi come un linguaggio adeguato o inadeguato alla sensibilità odierna, capace o incapace di comunicare efficacemente determinati valori condivisi, quindi storici, e in quanto mezzo espressivo dotata di senso “epico” e oggettivo.

Di solito risulta molto difficile risalire alle cause che ci portano a praticare determinate attività che svolgiamo quasi per vocazione o per intima necessità, e spesso pur di giustificare agli altri ciò che facciamo (in qualsiasi ambito della vita e del lavoro) tentiamo di dare un senso esterno e comunicabile al fine di oggettivare le motivazioni, spesso a noi sconosciute, che ci spingono a svolgere determinate attività per noi di immenso valore.

Credo che la prima domanda “Perché dipingi?” sia meno problematica della seconda “Perché dipingere?”, e può essere liquidata più o meno come avrebbe fatto il nostro Zarathustra, in quanto effettivamente non è possibile giustificare tutto ciò che ci riguarda nell’intimo dato che le nostre ragioni e opinioni si sono gradualmente plasmate nell’arco della nostra vita senza che ce ne rendessimo conto, e non come se da un momento all’altro avessimo deciso fermamente di fare una cosa anziché un’altra. La nostra esistenza ci porta a intraprendere scelte senza che necessariamente abbiano delle ragioni logicamente e pragmaticamente definite.

Alla seconda domanda un pittore potrebbe rispondere solo partendo dai presupposti della prima, perché non è possibile pensare il mondo e la storia come qualcosa di indipendente dalla propria esistenza, quest’ultima necessariamente intrisa e condizionata da tutto ciò che ci circonda. Però credo che la risposta non possa risolvere del tutto la pretesa di assoluta oggettività, e per un semplice motivo: il senso storico, oggettivo, impersonale di ciò che si fa, molto spesso lo diamo a posteriori rispetto a ciò che facciamo perché abbiamo la necessità di ottenere un “riconoscimento” pubblico o sociale e di sentirci utili a qualcosa. Ma spesso, da parte di chi pone la domanda il problema del contenuto e delle implicazioni dell’arte e della pittura purtroppo sono solo secondarie, perché il giudizio è inerente quasi solo ed esclusivamente al mezzo che si utilizza, diventato ormai linguaggio inserito nell’ambito della ricerca artistica o il cui valore dipende fortemente dalla continuità o discontinuità con “ciò che c’era prima”, se non addirittura dall’adeguatezza estetica al mondo a noi contemporaneo.

Il punto è questo: chiedere a un pittore “Perché dipingere?” forse non dovrebbe riguardare esclusivamente i “mezzi” o il “linguaggio” della pittura come spesso oggi accade, soprattutto tra gli addetti ai lavori e anche con un certo grado di faziosa malizia. Gli artisti spesso si sentono minacciati gli uni dagli altri per motivi esclusivamente ideologici. L’ideologia infatti limita la comprensione del mondo facendocelo vedere spesso solo per come vorremmo che fosse, nel bene e nel male, e in un determinato ambito ci fa giudicare ciò che è diverso da ciò che noi facciamo come una minaccia al mantenimento del nostro stato attuale o alla possibilità che il nostro avvenire possa essere migliore. Nel mondo dell’arte questo atteggiamento è molto diffuso e spesso troviamo artisti che realizzano opere più per andare contro qualcosa, per distruggere più che per costruire, inventandosi un nemico immaginario per poter giustificare le proprie azioni. Questo è l’atteggiamento tipico sia dell’avanguardia che del conservatorismo. Gran parte del senso delle cose dell’arte e dei suoi vari linguaggi dipende molto dal significato che viene attribuito da chi pone la domanda e dall’ideologia con la quale si arrivano a interpretare i vari fenomeni artistici.

Quando ci troviamo davanti a un quadro chiedendoci “Perché dipingere?” dovremmo accogliere “l’esistenza” del pittore e le sue inesplicabili motivazioni ragionando sul fatto che magari utilizza i mezzi della pittura perché semplicemente sono i più adeguati a rendere l’idea che vuole dare. Già nei mezzi e nei materiali che abbiamo a disposizione è contenuto un fine in potenza. L’oggetto immaginato, una volta realizzato conserverà qualcosa di riconoscibile e di caratteristico della materia originaria di cui è costituito e sarà segnato dalla traccia unica e irripetibile lasciata dagli strumenti che lo hanno plasmato. E questo vale per tutte le forme d’arte esistenti. Sperimentando e facendo esperienza di materiali e strumenti, qualsiasi essi siano, e acquisendo la dovuta conoscenza di questi, i mezzi diventano parte integrante del nostro pensiero e ci permettono di concepire e comunicare il mondo con la loro propria specificità semantica.

L’innovatore e il conservatore che si concentrano esclusivamente sui mezzi potrebbero godere di una fruizione più piena e ricca di senso se pensassero per un momento non a come le cose dovrebbero essere, ma come effettivamente si presentano in quanto fenomeni da analizzare per scoprire se effettivamente, proprio in tutti casi, si cela un pericolo latente che mette a rischio la loro stessa sopravvivenza. Andare incontro e non andare contro, continuando a fare ciò che si fa senza necessariamente sminuire il lavoro e “l’esistenza” altrui.
Facile a dirsi, ma difficilissimo a farsi.

Giuseppe Sciortino