Perché l’arte?
Perché si.

Ognuno di noi è venuto al mondo senza volerlo. Una volta aperti occhi e orecchie, preso atto di avere un corpo e di poter toccare le cose con le mani, ci siamo ritrovati costretti da misteriose necessità impellenti a esplorare il mondo attorno a noi. Un po’ per caso e un po’ perché indotti da qualcun altro, ci siamo accorti che gli oggetti che ci circondano possono essere utilizzati e quindi diventare mezzi. Quasi tutto ciò che ci circonda è utilizzabile, e se risulta afferrabile con le nostre mani sicuramente cercheremo di capire come e perché utilizzarlo. Abbiamo lentamente potuto constatare che alcune cose tra di loro si somigliano e questo fatto è stato possibile grazie all’immediata semplificazione delle forme, la quale ha portato ad una certa agevolazione nel processo di memorizzazione, necessario alla nostra stessa sopravvivenza.

Ad un certo punto però accade qualcosa di strano: prendiamo coscienza della nostra memoria e ci rendiamo conto che è fondamentale al fine di prendere atto delle cose che si muovono intorno a noi e prevedere alcune conseguenze. Da qui ci accorgiamo che è possibile fare qualcosa che prima non era possibile: costruire il mondo, prolungandolo. O quanto meno prolungandone l’idea che ce ne siamo fatti. Alla base di questa necessità c’è la consapevolezza che le cose, in qualche modo, possono essere altro da quello che sono: possono essere migliori e più efficienti o semplicemente e inutilmente diverse.

In principio c’è sempre e comunque il desiderio o la necessità che le cose non restino così come sono, ma che si trasformino in qualcos’altro come conseguenza dell’incontro con noi stessi. La realtà così come pensiamo che sia ci risulta insufficiente: da qui la nostra necessità di mentire ovvero di inventare.
Come dice Zarathustra a proposito dei poeti, categoria alla quale evidentemente appartiene, infatti:

“Noi mentiamo troppo. Noi sappiamo anche troppo poco, ed impariamo male: così siamo costretti a mentire.”

Siamo proprio costretti a mentire e l’immaginazione sta alla base di tutto questo. Potremmo definirla quasi come una sorta di “fede” che ci accomuna, in quanto supplisce all’insufficienza della nostra idea della realtà. Esatto: la nostra “idea” della realtà, e non la realtà in quanto tale. Quest’ultima risulta infatti (o almeno crediamo che risulti) infinitamente complessa e variegata nelle sue forme e nei suoi fenomeni microscopici e macroscopici e, proprio a causa di ciò parzialmente inconoscibile.

Qualche scienziato si è azzardato a dire che noi conosciamo solo l’1% dell’universo, quasi come se si conoscesse l’intero per poterne definire la porzione di percentuale conosciuta.
È proprio qui che entra in gioco l’immaginazione, che è un elemento necessario alla nostra sopravvivenza, alla comunicazione della nostra idea del mondo, alla sua comprensione e al significato che “dobbiamo” dargli.

Diciamo che l’immaginazione procede sulla stessa strada della nostra ignoranza: abbiamo bisogno di immaginarci ciò che può stare oltre quel poco di ciò che sappiamo male, e questo per soddisfare le nostre esigenze di completezza e di senso.

Nel momento stesso in cui pensiamo o creiamo le cose, l’immaginazione influisce per necessità: quando “vediamo” un oggetto lo stiamo nello stesso istante immaginando, in quanto ce ne facciamo un’“idea” o “immagine” dotata di senso. L’aver visto l’oggetto con gli occhi o con la mente , avergli dato senso ed eventualmente aver deciso di “rappresentarlo” (restituendone materialmente la sensazione con determinati mezzi), sono essi stessi atti necessariamente immaginativi, più o meno consci nei loro meccanismi. Non c’è essere umano che finora sia stato in grado di rappresentare o descrivere effettivamente la realtà, ma solo di restituirla momentaneamente nel miglior modo possibile, alla “meno peggio” per così dire. E la dimostrazione del primato dell’immaginazione in tutte le attività umane ce lo dà proprio la logica stessa della ricerca scientifica, ovvero la sua necessaria “confutabilità”. Ciò che per noi è vero oggi sarà falso fra cento o mille anni.

Un ‘angosciante scetticismo sta alla base di questa contraddizione esistenziale: sappiamo che la verità di ciò che ci circonda è parziale e irraggiungibile mediante la conoscenza e che la natura delle cose è inaccessibile. Eppure la realtà è lì, davanti i nostri occhi e dentro di noi, che compenetra i nostri sensi. Il mondo per essere conosciuto deve essere inventato. Dobbiamo nominare le cose per capirle, comunicarle agli altri e descriverle nel modo più appropriato. Dobbiamo creare immagini perché altri mezzi o linguaggi non bastano a restituire l’indicibile, a descrivere determinate sensazioni, a creare situazioni impossibili. Allo stesso modo mettiamo insieme parole o suoni per lo stesso motivo. Non facciamo altro che fare quello che la natura fa da sempre e che ci chiede di fare: creare.

Giuseppe Sciortino